Durante il Travel
Technology Day 2015, Francesca Benati – a.d. di Amadeus - ha presentato alcune
proiezioni (PhocusWright) in base alle quali anche se il mondo offline perderà
qualche quota a favore di Internet la fetta più consistente resterà in mano
alle agenzie di viaggi.
In base a queste
analisi a fine 2016, anche se il mondo on line avrà indici vivaci e in crescita
il 60% circa del venduto in Italia sarà ancora in mano ai canali tradizionali. Dopo un breve momento di entusiasmo in
cui mi sono rallegrato per il futuro garantito dei miei tanti amici agenti di
viaggio, ho iniziato a domandarmi quanto di questi numeri fossero reali o
determinati statisticamente solo dalle (pochissime) OTA realmente italiane;
alla fine però ho capito che non c’era in realtà nulla di cui gioire e ho
iniziato a interrogarmi sul futuro del turismo italiano.
In Italia il
mercato on line è sostanzialmente staticamente in mano ai canali tradizionali,
ma nel resto del mondo? Negli Stati Uniti? In Europa? Il mondo on line è
protagonista ormai da anni!
Uno dei difetti di
noi italiani è avere da sempre una visione egocentrica del mercato, in altre
parole la nostra arroganza turistica e il nostro individualismo ci fanno da
sempre ignorare la domanda; siamo in altre parole convinti che sia il turista a
doversi sbattere per trovarci e prenotarci.
Non è quindi un
caso che soltanto il 54% dell’offerta ricettiva italiana sia presente nei
sistemi di prenotazione di OTA e Bed Banks o che tutte le destinazioni nostre
competitor (Francia, Spagna, Uk, Germania ecc) abbiano nei loro portali piattaforme
di vendita di hotel e servizi turistici, mentre le regioni e le provincie
italiane non risultano essere ancora propense alla vendita on line. Dei 20
portali regionali, infatti 14 (il 67%) ad oggi non offrono ancora servizi di
booking on line.
In altre parole i canali
tradizionali, anche se obsoleti sono in contrazione, i canali digitali in
quanto non considerati efficaci per l’Italia non si sono mai effettivamente
sviluppati in Italia, ma all’estero …. Quindi oggi anche quando un italiano
compra una camera d’albergo in Italia in realtà le compra in Inghilterra,
Germania o negli Emirati Arabi … e non
essendo in sostanza amministrati in termini turistici mentre in Italia si parla
di verybello.it e del inefficacia dei canali digitali il divario con il mercato
estero avanza inesorabilmente.
Il turismo è uno dei settori economici italiani più rilevanti, il settore che pertanto dovrebbe essere capace di produrre ricchezza e occupazione. Ho 42 anni,
mi ritengo un esperto di turismo e faccio 4.669 Km per andare a lavorare a
Dubai, a me tutto ciò ha fatto pensare ...
L’Italia è
stata per oltre un secolo al 1° posto ed è oggi al 5° posto tra le destinazioni
mondiali e al 3° posto tra le destinazioni europee (preceduta da Francia e
Spagna). Perché?
In Italia
sono circa 2 milioni le persone impiegate in ambito turistico e questo settore
pesa sul PIL una variabile in base alle analisi svolte tra 7% e il 12%. La Francia ha invece un giro d’affari che è quasi
il doppio di quello italiano, è la prima destinazione al mondo e lo share
del turismo sul PIL è valutato tra il 18% - 25%. Il turismo rappresenta un grande motore per l’export di servizi e un volano per le esportazioni in genere. Perché quindi il nostro paese non investe sul turismo?
Se un
viaggio è spesso determinato da finalità culturali e l’Italia è evidenziata da un elevato numero di siti iscritti
nel patrimonio mondiale dell’UNESCO e da una straordinaria offerta di musei.
Perché al primo posto per visitatori al mondo c’è il Louvre di Parigi, al 2° Metropolitan Museum di New York, al 3°,
4° e 5° posto musei di Londra, solo al 6° posto i Musei Vaticani, al 9° e 10° i
parigini Pompidou e Orsay e per trovare “un italiano vero”, dobbiamo
aspettare la 21° posizione con la Galleria Uffizi.
Se un
viaggio può essere legato ai soggiorni balneari o in barca, l’Italia ha 7500 km
di coste contro i 3200 km della Francia. Perché, malgrado il clima più
favorevole la Francia con la metà della costa ha 370 porti turistici contro i
nostri 214?
Il mercato
turistico ha avuto in Italia un valore di 32 miliardi di euro nel 2012 contando
solo il business in entrata (turisti stranieri in Italia). Per arrivare a
definire il “turismo internazionale”, cioè flussi in entrata + uscita, bisogna
aggiungere i 18,5 miliardi di spesa degli italiani all’estero. Bankitalia: Il
saldo del turismo internazionale dell’Italia è da sempre in attivo. Ma negli
ultimi 15 anni l’interscambio con l’estero ha contribuito negativamente alla
crescita del Pil, per l’effetto di una crescita delle spese degli italiani
all’estero più alta di quella (stagnante) degli stranieri in Italia”. Ovvero:
riduzione del saldo netto positivo. Secondo me ci farebbero comodo i 30
miliardi di PIL che mancano al appello e che sono invece presenti in misure
differenti in paesi come la Francia e la Spagna. Perché l’Italia non fa nulla
per sviluppare il settore turistico.
Io sono per
anni stato un imprenditore, sono oggi un manager e la mia risposta a suddette
domande è di natura pragmatica. Per fare business, bisogna fare industria e per
fare industria bisogna fare strategia. Per fare strategia è pertanto
necessario, migliorare e rendere più competitivo il prodotto … renderlo
logisticamente accessibile, quindi comunicarlo, studiare il pricing in base al
target di riferimento e quindi oggi più che mai multi canalizzare il tutto.
Prodotto –
L’offerta turistica dev’essere migliorata, il rapporto qualità prezzo
dev’essere migliorato .. e per farlo è necessario calibrare in maniera
scientifica la domanda e l’offerta. Oggi in Italia, per effetto della
concentrazione delle chiusure scolastiche e delle ferie nel periodo estivo
(negli altri paesi non è così), gli Italiani vanno in vacanza nel 80% - 85%
solo in Estate (40-45% Agosto, 10%-15% Luglio, 10% Giugno e 10% Luglio). Ciò
riduce la competizione tra albergatori e riduce i conseguenti investimenti per
migliorare la propria offerta.
Logistica – La
logistica e l’accessibilità è prioritaria in ambito turistico e non solo. In
primo luogo la rete
autostradale italiana dagli anni ’70 ad oggi è cresciuta del 67% contro il 230%
di quella europea e la rete ferroviaria è invece diminuita del 23%.
Il problema
vero sono però gli aeroporti, ogni città vuole un suo aeroporto. In Italia ne
sono nati quindi centinaia di aeroporti, un mercato polverizzato che non
permette lo sviluppo di poli aeroportuali e quindi politiche di code sharing
(politiche che permettono di fare i combinati tra diverse compagnie e quindi
attrarre traffico aereo e turisti stranieri). E’ un fatto che gli hub
internazionali sempre più spesso utilizzati dagli Italiani stessi per voli
intercontinentali sono Londra, Francoforte, Parigi, Madrid, Istanbul, Abu
Dhabi e Dubai, piuttosto che Roma o Milano. E’ un fatto che le compagnie aeree
estere (minori) stiano abbandonando in massa gli aeroporti italiani posizionandosi
invece su questi hub … è un fatto che tutto questo determini non solo una
perdita di business turistico, ma anche import – export e la difficoltà
oggettiva di aperture di sedi estere in Italia.
Comunicazione
– Per la creazione di un marchio è assolutamente prioritario che
ogni membro di un’azienda sia cosciente, orgoglioso e portatore dei valori di
questo marchio. Il bel paese, così era chiamata un tempo l’Italia. La nostra bellezza
non solo raramente è enfatizzata, ma l’Italia è così spesso denigrata da
determinare fenomeni di umiltà e sciatteria. L’Italia al estero è quindi
sinonimo di bellezza e di per sé un buon brand, ma noi italiani non siamo dei
buoni ambasciatori del ns. brand.
Una volta
che ci siamo identificati con questi valori di bellezza è quindi necessario
comunicarli. In Italia esiste
ENIT (ente dedicato alla promozione ITALIA nel mondo) se da un lato è vero che
con un budget di 16 mlns di euro, ne dedica 15 mlns agli stipendi dei suoi
dipendenti e manager, è altresì vero che è sbagliato chiuderla ed è invece
prioritario ristrutturarla. Ad oggi le
singole regioni sono chiamate ad essere responsabili dello sviluppo. E’ a
mia opinione assurdo che con un brand “Italia” ci si presenti nei mercati più
lontani con le singole regioni. In Russia, in Cina o negli Emirati arabi
non interessa il Molise o la Calabria, sanno invece cos’è l’Italia. Invece noi
ci presentiamo con tanti mini budget come Umbria, Toscana e Sardegna.
Nella
comunicazione infine ci sono ogni tanto dei colpi di fortuna … per essere tali
devono però essere sfruttati … a me sembra che venga ad esempio poco sfruttato
il recente successo della “Grande Bellezza”. Molto frustranti sono le opportunità che abbiamo perso in questi
anni. Il Codice da Vinci, ha dato vita in Francia a tour dedicati, documentari
e quanto altro … in pochi si sono invece accorti che il best seller dell’anno “Inferno” sempre di Dan Brown è
praticamente tutto ambientato in Italia (Firenze e Venezia) ….. perché tutto
ciò non è stato lontanamente valorizzato quanto invece il “Codice da Vinci” in
Francia? La fortuna va anche stimolata … se pertanto si pensassero a degli
incentivi, invece che prevedere delle tasse, volti a favorire le produzioni artistiche
e cinematografiche estere in location italiane.
Prezzo - Se oggi
il fattore prezzo è sempre più importante per le scelte dei consumatori e
quindi la competitività dell’offerta turistica è una priorità, perché le
aliquote IVA del settore turistico italiano non sono allineate a quelle dei
principali paesi concorrenti? Perché gli albergatori, che sempre più spesso si
vanno a cercare i turisti stranieri al estero, portando denaro alle casse e ai
commercianti dei loro comuni, hanno sempre più spesso tasse di soggiorno invece
che incentivi? In altre
parole se uno straniero che
viene in Italia porta denaro speso orizzontalmente in tutti i settori, porta
lavoro e quindi denaro speso e reinvestito in tutti i settori, ma soprattutto
venendo a contatto con i ns. prodotti ne facilita il loro posizionamento
all’estero e quindi la loro esportazione diretta e indotta, perché
l’albergatore dev’essere penalizzato con tasse aggiuntive per ospitare
quest’enorme risorsa per la sua comunità?
Commerciale
– I canali tradizionali (agenzie e tour operator) sono in forte
contrazione (- 30/40% dal 2009), troppo poche le strutture alberghiere italiane on line, non
esiste una Olta (on line travel agency) Italiana e la maggior parte delle Bed Bancks – Wholesaler in cui vengono
prenotati gli alberghi (anche dagli italiani) non si sono mai sviluppate in Italia … La penetrazione di
INTERNET in Italia supera di poco il 50%, in Francia e Spagna ampiamente il
70/80%. In altre parole i canali tradizionali, in quanto obsoleti sono in
contrazione, i canali digitali in quanto non considerati efficaci per l’Italia
non si sono mai effettivamente sviluppati in Italia, ma all’estero …. Quindi
oggi anche quando un italiano compra una camera d’albergo in Italia in realtà
le compra in Inghilterra, Germania o negli emirati arabi. E’ come comprare una
mozzarella di bufala italiana in Australia. Sara un caso che sono country manager per l'Italia di una software spagnola specializzata in XML (www.xmltravelgate.com).
Vi pare
normale che se un Italiano compra un soggiorno a Firenze o Londra del valore
superiore a € 1.000 in Italia rischia una visita fiscale e se lo compra in una
OLTA straniera nessuno lo sa.
Il turismo italiano
non ha quindi secondo me bisogno di soldi per finanziarsi, ha bisogno di una
strategia industriale che ne regoli lo sviluppo … Non soldi per migliorare
infrastrutture e prodotti, ma una semplice destagionalizzazione delle ferie
come la Francia / Germania o l’Inghilterra che aumenti la competitività e
redditività del mercato interno. Non al proliferare di aeroporti poco
strategici (Milano in 150 km ha Linate, Malpensa, Bergamo, Brescia, Verona,
Cuneo, Genova e Torino), ma lo sviluppo strategico di poli aeroportuali volti e
messi nelle condizioni di attirare vettori e quindi turisti e uomini d’affari
da ogni parte del mondo. Non un’assurda piramide comunicativa che ha fatto
diventare l’Italia il paese delle sagre, ma un piano di comunicazione nazionale
transettoriale volto a incentivare chi porta il brand italia all’estero. Non
soldi per comunicare e digitalizzarsi, bensì incentivi fiscali da reinvestire
per chi già lavora bene in questi ambiti.
Il modello Freemium è un modello di pricing secondo cui sono offerte diverse versioni dello stesso prodotto o servizio prima gratis e poi a differenti livelli di prezzo.
Gli approcci del modello freemium sono di tipologie diverse :
Limitazione temporale : gratis per i primi 30 giorni e poi a pagamento (tipico di molti software on line)
Limitazione in base al numero degli utenti : accesso gratuito a un certo numero di utenti e poi a pagamento (modello tipico del social commerce o vendite private).
Limitazione in base al tipo di cliente : offerte gratis o accessibili per un target specifico di influencer, a pagamento per un target indifferenziato.
Servizi che partono da una base di contenuti gratuiti di primo livello, per passare successivamente a contenuti più profondi non più gratuiti ma a pagamento (tipico di app e social network - linkedin).
Il modello freemium non è altro che uno sviluppo transettoriale dei modelli di revenue management delle compagnie aeree low cost e uno dei tanti esempi di come la segmentazione del prezzo può variare in funzione del tempo, del luogo e del utente stesso.
Il tempo è alla base delle strategie di dynamic pricing, per le quali i prezzi possono variare dinamicamente in funzione del tempo di prenotazione e d'acquisto, che generalmente vengono pianificate in funzione del ciclo di vita del prodotto o della stagionalità.
Il luogo è invece alla base delle strategie di multichannel pricing che diversificano il pricing in base al luogo di acquisto. Diversificazione di prezzo che è generalmente prevista tra canali digitali e canali tradizionali, ma che è sempre più opportuno differenziare anche tra i diversi canali digitali, quali sito web, aggregatori offerta, social e quanto altro che sempre più spesso veicolano pacchetti d'offerta e prezzi diversificati.
La diversificazione di prezzo infine è sempre più customizzazione e personalizzazione. Più un prodotto è plasmato sui bisogni, i gusti e i desideri del singolo utente, di una tribù o di una comunity più si realizzano le condizioni di una strategia customized pricing.
Le persone hanno cambiato il modo in cui spendono il tempo. Internet, nella sua accezione più allargata (web, gaming, social newtorking, mobile, smart tv ecc) occupa oggi il 30% del tempo attivo delle persone e questo non è riflesso coerentemente nel media mix medio delle aziende italiane, ancora molto ancorate ai media tradizionali.
Il digitale non è quindi un aspetto marginale di una pianificazione media, ma deve diventare il riflesso nel media mix con un peso coerente all'impiego d Internet degli italiani. In Italia, il mercato della pubblicità vale oltre 10 miliardi di euro; il digitale - a fine 2011 - ne attraeva circa 1,3 miliardi ovvero il 13%.
Budget Utilizzo medio
Stampa : 37% 10%
Radio : 7,8% 23%
Internet : 9,2% 30%
Televisione : 46% 37%
In Gran Bretagna lo share del media mix del budget coerentemente con la nuova allocazione del tempo attivo è già oltre il 30% ed ha ampiamente superato la televisione in termini di raccolta pubblicitaria, rappresentando per la maggior parte delle aziende il primo canale di advertising per la maggiorparte delle aziende.
Il valore da attribuire al digital può variare molto in funzione del tipo di azienda, dalla sua storia, dalla dimensione del budget e dalla tipologia di obiettivi, in linea di massima dovrebbe al mix delle attività digitali dovrebbe essere attribuito un valore del 20 - 25% del budget totale di comunicazione (se budget è piccolo può salirela porzione del media mix), suddividendola in questo modo :
25% Google (Google Advwords o Sem)
20% Facebook (Facebook ADS)
10% Youtube (la nuova televisione)
15% ufficio stampa e PR on line (relazioni con blogger)
Metropolitana di Seul, i passeggeri mentre aspettano il treno, fotografano le bibite ed i prodotti riportati su dei pannelli pubblicitari.
In realtà i pannelli non è semplice advertising ed i passeggeri non stanno facendo fotografie bensì stanno rilevando il QR code riferito al singolo prodotto e stanno pertanto facendo la lista della spesa prima di salire in carrozza.
L'acquirente una volta ultima la propria lista potrà pertanto :
- Pagare il tutto con il telefonino e ritirare la spesa prima di salire in carrozza
- Pagare con il telefonino e farsi inviare la spesa a casa
- Non pagare e crearsi semplicemente una lista da utilizzare in seguito
- Non pagare e farsi spedire il tutto a acsa, pagando alla consegna.
- Inviare la lista ad un amico che completerà la spesa con le precedenti opzioni
L'unione europea ha classificato le micro imprese (meno di 10 occupati), piccole imprese (meno di 50 occupati), media impresa (meno di 250 occupati). A giugno 2011 Istat ha diffuso i dati relativi al 2009, da cui emerge che le imprese attive nell'industria e nei servizi in Italia sono circa 4,5 milioni. Il 95% di queste imprese ha meno di 10 occupati ed impiega il 47% degli occupati totali. Il 65% non hanno lavoratori dipendenti e sono circa 3 milioni.
L'Italia è pertanto certamente un paese di piccole e micro imprese per cui Internet rappresenta un potenziale fortissimo per farsi conoscere, allearsi e competere, ma solo il 25% di queste 4,5 milioni di imprese ha un sito web, dato che chiaramente scende al 20% tra quelle con meno di 10 addetti.
La dimensione imprenditoriale, la cultura aziendale più orientata alla qualità del prodotto e meno alla promozione dello stesso, unito alla poca famigliarità con il web da parte di molte aziende italiane sta determinando un forte divario tra le potenzialità che questo rappresenta nei bisogni del cliente e quello che invece le nostre aziende sono in grado di offrire. E' necessario pertanto capire ed ogni caso aziendale è diverso in tal senso, se è necessario crearsi un sito, se esistono altri strumenti digitali (profili facebook, siti vetrina ecc. ecc) in grado di soddisfare il bisogno della propria clientela effettiva e potenziale o strutturarsi quanto prima.
Il digitale permette di ampliare l'offerta, aumentare la domanda, aumentare la penetrazione dei propri prodotti a livello internazionale con investimenti limitati; permette di migliorare la soddisfazione dei propri clienti, migliorare le sinergie di canale, sviluppare iniziative di marketing sempre più efficaci e mirate sia per colpire nuovi target di clientela che per fidelizzare i clienti già esistenti.
Sono 26 milioni gli italiani on line e 13 milioni quelli che almeno una volta hanno comprato qualcosa on line ed un milione e mezzo ha già dichiarato che nei prossimi tre mesi intende effettuare un acquisto on line. Bene! Solo il 48% degli italiani utilizza internet contro una media europea del 65% ed i paesi nordici che hanno la quasi totalità della popolazione tecnicamente abilitata al web.
Il problema è che l'Italia ancora registra un ritardo importante su e-commerce e digitale, se in Italia si può parlare di una continuativa propensione al acquisto on line da parte del 30% degli internauti, la media europea è in realtà del 60% con paesi quali Inghilterra e Danimarca che toccano 80%.
Il problema è che in Europa ciò sta già avvenendo e che non solo loro sono già pronti ma lo hanno capito da molto tempo e per questo ci fanno sempre più concorrenza non solo sui nostri potenziali clienti esteri, ma soprattutto sui nostri internauti italiani propensi ad acquistare on line.
Basta pensare che il 50% del e-commerce è ancora oggi legato al turismo e che l'unico sito turistico tra i primi 10 in Italia è quello delle Ferrovie dello stato, tutti gli altri o sono filiali di siti esteri o hanno proprio sede legale al estero. Viene da dire, l'Italia è un paese per vecchi, ma vogliamo continuare a guardare ....?
Il MAIL ON LINE è un
quotidiano digitale ed è vicino per la prima volta all'utile, in anticipo di un
anno rispetto alle previsioni. Il fatturato ha raggiunto 25 milioni di
sterline. Ad accelerarne la crescita ha contribuito la vendita di inserzioni
pubblicitarie: ha segnato un aumento del giro d'affari del 69% in sei mesi,
trainato dagli annunci di lavoro e del mercato immobiliare.
Era nato come versione digitale
dell'inglese Daily Mail, poi ha puntato sull'espansione attraverso il web. A dicembre aveva superato il New York Times sul primo
gradino dei siti d'informazione online più letti al mondo con 45,3 milioni di
visitatori unici mensili, secondo le rilevazioni della società di analisi
comScore rese pubbliche a gennaio. Era un salto in avanti alimentato
dall'espansione negli Stati Uniti.
Il Mail Online punta ad
ampliare ancora i confini geografici del suo pubblico. E guarda ai Paesi
emergenti: all'inizio dell'anno ha lanciato un'edizione locale
per l'India, dove vuole raggiungere i lettori anglofoni. Cinque anni prima il
gruppo Dmgt ha iniziato a stampare un quotidiano in alcune città indiane, Mail
Today. Rilancia su internet, ma dovrà confrontarsi con la versione digitale del
Times of India.
Tre su quattro copiati illegalmente. È battaglia sulle regole Il libro elettronico, appena nato, si
è già ammalato, colpito dal virus della pirateria informatica. Le cifre,
fornite per la prima volta dall'Associazione Italiana Editori (Aie), sono
impressionanti. Dai dati emerge che in Italia, su 19 mila ebook, ben 15 mila
sono disponibili nella versione pirata. Non solo. In base all'ultima classifica
Ibs.it, dei 25 titoli più venduti della scorsa settimana, 17 sono disponibili
in formato elettronico e 19 sono, come si dice, taroccati.
Il quadro generale. In
campo professionale e scientifico, il libro elettronico circola da anni, ma è
la diffusione degli ereader tipo Kindle e dei tablet tipo iPad che apre la
strada al grande pubblico. Quei 19 mila ebook rappresentano il 36 per cento dei
titoli pubblicati nel 2011. In termini di valore però parliamo di cifre ancora
piccolissime. Il mercato digitale, dicono gli editori, si può sviluppare
soltanto se possiamo vendere i nostri contenuti sui nuovi mezzi, se la
pirateria non sarà arginata, verrà meno l'interesse a investire risorse; e sostengono
gli editori ci rimetteranno anche i lettori.
Nel frattempo si attende a ore anche
il pronunciamento dell'Authority delle Comunicazioni
(Agcom) che, dopo una lunga consultazione pubblica, dovrebbe fissare sanzioni
economiche e amministrative contro i ladri di copyright. Nelle intenzioni le
misure dovrebbero assicurare una più efficace tutela del diritto d'autore. Ci
sarà, anche qui, il dietro front? Il problema è complesso e nessuno ha
in tasca la soluzione per coniugare le ragioni del diritto d'autore con la logica
dell'economia della Rete. La pirateria non è composta solo da «smanettoni», che
si scambiano file attraverso meccanismi di peer to peer, ma, sempre più,
da organizzazioni multinazionali accusate di comportamenti criminali come, in
America, Megaupload (50 milioni di utenti giornalieri), che ha procurato al suo
fondatore guadagni per 175 milioni di dollari e ai titolari di copyright
perdite per 500 milioni.
L'industria del libro è in condizioni simili a quelle in cui si
trovava l'industria della musica anni fa. I supporti come Kindle e iPad possono
aiutare il libro, in prospettiva, ma al momento la diffusione riguarda più i
supporti che non i contenuti, e l'acquisto di libri elettronici procede a ritmo
ben più lento di quello dei gadget.
Ogni mondo virtuale ha la sua moneta. Era il 2003 e in Second Life gli utenti potevano usare una moneta virtuale, il Linden Dollar, convertibile in dollari ed in euro. A dicembre 2011 il cambio era un euro per 299 Linden Dollar, un dollaro USA per 244 Linden Dollar.
In World of Warcraft si possono accumulare monete d'oro (virtuali) utili per comprarsi nuove armi e pozioni funzionali al gioco, maggiore è il successo del gioco e maggiore è il valore di dette monete d'oro. Esistono in cina giocatori seriali, sfruttati per accumulare denaro virtuale da convertire in soldi veri.
QQ è un portale ed è il social network che in Cina ha avuto maggior successo, i gettoni QQ sono usati dagli utenti per ogni tipo di transazione on line, è tale la loro affermazione che è ormai considerata dalle autorità una valuta parallela.
I bitcoin, nati nel 2009, sono una moneta virtuale utilizzata negli ambienti peer to peer, possono essere usati in forma anonima e non necessitano di intermediari governativi, il valore totale dell'economia bitcoin è stato valutato nel 2011 7 milioni di dollari.
Il web è sempre più un market place transettoriale il cui giro d'affari in certi paesi e ambienti ha superato il mondo off line.On line si comprano droghe, si vende sesso e si gioca d'azzardo. On line passa e viene trasferito il denaro globale. Non è preoccupante che on line nascano monete virtuali non di natura governativa, ma basate sul valore attribuito dagli utenti? Quando il dollaro linden si rafforza o si indebolisce chi e cosa causa questa fluttuazione?